Questo sito usa cookie per fornirti un'esperienza migliore. Proseguendo la navigazione accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra OK
ambasciata_jakarta

Attualità

 

Attualità

(pagina in elaborazione)

Struttura istituzionale e popolazione

Superfice
terrestre: 1.904.443 kmq;
acque territoriali: 3.166.163 Kmq

Capitale
Jakarta (circa 13.2 milioni

Principali città e abitanti
Jakarta 13,2 milioni
Surabaya 2,8 milioni
Bandung 2,5 milioni
Medan 2,1 milioni
Semarang 2 milioni

Nome ufficiale
Repubblica d’Indonesia.

Forma di Governo
Repubblica Presidenziale.

Capo Stato/Governo
Joko “Jokowi” Widodo, dal 20 ottobre 2014

Ministro degli Esteri
Retno Marsudi

Sistema legislativo
1) Camera dei Rappresentanti (DPR) formata da 550 membri elettivi
2) Camera dei Rappresentanti Provinciali (DPD) costituita da 128 membri (4 per ciascuna delle 32 province indonesiane). I deputati di entrambe le Camere sono stati eletti, per 5 anni, nel corso delle ultime elezioni politiche del 5 aprile 2004. Il nuovo Parlamento si è insediato l’1 ottobre 2015. Le due Camere si riuniscono congiuntamente una volta l’anno per dibattere i maggiori temi del Paese nonché per sanzionare l’investitura presidenziale e del nuovo esecutivo. In tale formato, esse costituiscono il terzo organo legislativo del Paese
3) Assemblea Consultiva del Popolo (MPR).

Sistema giudiziario
E’ articolato su tre livelli: il Tribunale Distrettuale, la Corte d’Appello e la Corte Suprema, con giurisdizione sia civile che penale. Nel 2004 è stata istituita una Corte Costituzionale.

Popolazione
254.454.778 (Fonte: Banca Mondiale, 2014).

Tasso di crescita popolazione
1.3% (2014).

Gruppi etnici
Il 94% della popolazione appartiene al ceppo etnico malese. Il 6% è composto di melanesiani (Irian Jaya e Timor) e cinesi, stanziati nelle aree urbane e la cui presenza nell’economia del Paese è significativa.

Religioni
Circa l'87 % della popolazione è di religione musulmana, circa il 10% è cristiana (7% protestanti e 3% cattolici) ed il resto include Hindu (nell’isola di Bali), Buddhisti, Confuciani ed Animisti.

Lingue
La lingua nazionale è il Bahasa Indonesia (di ceppo Malese e, come il malese, con scrittura europea). La lingua inglese è diffusa negli ambienti economico-politici ed accademici.

Partiti politici principali
I partiti facenti parti della coalizione al Governo sono: PDI-P, partito dell’attuale Presidente Jokowi e dell’ex Presidente Megawati con 109 seggi; PAN, partito di matrice islamica con 48 seggi; PKB partito di matrice islamica dell’ex Presidente Wahid con 47 seggi; PPP, partito di matrice islamico con 39 seggi; i partiti all’opposizione sono: Gerindra, partito di matrice militare con 73 seggi; Golkar, partito dell’ex Presidente Soeharto e Yudhoyono con 91 seggi;  PKS, partito di matrice islamica con 40 seggi; Demokrat, partito centrista con 61 seggi.

Politica interna
La transizione dell’Indonesia alla democrazia (“Reformasi”) tra la fine degli anni 90’ e l’inizio dello scorso decennio è considerata una storia di successo. L’ultima elezione presidenziale del 2014 vinta dall’attuale Presidente Jokowi, una personalità che è stata premiata dall’elettorato in quanto estranea alla politica delle elites al potere nei decenni precedenti, si è svolta in maniera regolare, con qualche contestazione da parte dei candidati sconfitti, ma senza rilievi da parte della comunita’ internazionale o delle locali ONG.

L’attuale Presidente, Joko “Jokowi” Widodo, è il settimo Presidente indonesiano ed il primo a non provenire dall’elites politico-militare.
Dall’inizio della sua presidenza, Jokowi si è concentrato principalmente sulla lotta alla corruzione nella Pubblica Amministrazione e sulla creazione di relazioni commerciali volte ad attrarre investimenti esteri nel Paese. Le scelte di politica interna compiute durante questi anni di Governo l’hanno reso estremamente popolare in Indonesia: ha migliorato i servizi pubblici, ha attuato diverse riforme interne e ha avviato un programma di sussidi per garantire servizi sanitari e accesso all’istruzione anche ai cittadini meno abbienti. A livello internazionale hanno invece fatto discutere alcuni provvedimenti presi in materia di giustizia: la maggiore pena comminabile per il reato di abuso sui minori e, soprattutto, la ripresa delle esecuzioni capitali (anche a danno di cittadini stranieri) per i reati che le prevedono, in particolar modo quelli legati allo spaccio di stupefacenti.

Dopo gli attentati di Jakarta del 14 gennaio 2016, la minaccia terroristica è da considerarsi presente su tutto il territorio indonesiano. Lo Stato Islamico, complici la risonanza mediatica che lo accompagna e la dimensione mondiale che lo caratterizza, ha esercitato una forza centripeta sui movimenti estremisti indonesiani, riportando sotto un unico ventaglio molti dei sottogruppi nati dalla frammentazione di organizzazioni terroristiche preesistenti in loco. Questa rinascita terroristica minaccia la cultura tollerante indonesiana e l’immagine del Paese, tradizionalmente considerato un esempio di Islam moderato. Diverse problematiche rendono l’Indonesia particolarmente vulnerabile e bisognosa di assistenza da parte della comunità internazionale per combattere il fenomeno terroristico: vastità geografica e quindi presenza di molteplici potenziali obiettivi sensibili; relativa scarsezza di risorse del Governo centrale per far fronte a tale fenomeno; collocazione geo-politica e contiguità con bacini a rischio quali il sud della Thailandia, Malaysia e sud delle Filippine.

Un valido strumento per portare avanti progetti di formazione nella lotta al terrorismo nel Paese è il Centro indonesiano antiterrorismo - JCLEC (Jakarta Centre for Law Enforcement Cooperation con sede a Semarang). Gran parte dei progetti a livello bilaterale con l'Indonesia sono infatti canalizzati tramite tale centro. L’obiettivo prioritario dell’Agenzia Nazionale Anti-terrorismo (BNPT), che opera su tutto il territorio indonesiano con un ampio raggio di azione, è quello di contrastare la diffusione e l’influenza dell’ideologia islamista radicale attraverso la prevenzione e la deradicalizzazione.

Aceh
La firma dell’accordo di pace del 2006 tra il Governo indonesiano e i guerriglieri del GAM, facilitato dall’Unione Europea, ha posto fine al lungo e sanguinoso conflito in Aceh, creando la Regione autonoma di Aceh. Unico territorio in Indonesia dove vige l’applicazione della sharia, la Regione di Aceh è andata al voto nel 2012 per il rinnovo della carica di Governatore. I candidati di Partai Aceh (PA) - Zaini Abdullah, Governatore, e Muzakir Manaf, Vice Governatore - hanno riportato una vittoria schiacciante. Il PA è tuttora il veicolo politico della dirigenza “originaria” del GAM, movimento guerrigliero che firmò l’accordo di pace dell’agosto 2005 con il Governo indonesiano, intesa che fu facilitata dall’UE, attraverso l’opera del mediatore Martti Ahtisaari.

Papua
Ricche di ingenti risorse del sottosuolo (oro, rame, nickel e petrolio), le due province di Papua e Papua occidentale restano, tuttavia, tra le aree più povere e meno sviluppate del Paese. La carenza di infrastrutture e la scarsa accessibilità ad alcune aree delle due province hanno creato uno sviluppo altamente disomogeneo, con enormi differenze fra le aree urbane e quelle rurali e fra una ristretta elite e il resto della popolazione. Ciò ha esacerbato le critiche contro il Governo centrale ed ha mantenuto vive le storiche rivendicazioni indipendentiste. Non esiste tuttavia un’organizzazione capace di coagulare il dissenso e le istanze indipendentiste della popolazione in un movimento unitario, di natura politica o politico-militare (il Papuan Indipendence Movement – Organisasi Papua Merdeka, OPM – non ha mai rappresentato – in assenza del sostegno della maggioranza della popolazione - una seria minaccia per il Governo centrale, né sotto il profilo politico, né sotto quello militare). Pur in assenza di un conflitto delle dimensioni di quello conclusosi nel 2005 ad Aceh, episodi di violenza – da entrambe le parti - si susseguono con regolarità, soprattutto nella provincia di Puncak Jaya. Pubbliche dichiarazioni di sostegno all’indipendenza di Papua e l’utilizzo in pubblico della “Morning Star flag” – o bandiera indipendentista di Papua – sono puniti con l’arresto immediato e pesanti pene detentive.
La legge sull’autonomia speciale, varata nel 2001, ha dotato la provincia di un’ampia autonomia, tuttavia la sua implementazione ha sinora disatteso le aspettative della popolazione locale, nonostante ingenti dotazioni finanziarie, a causa della carenza di risorse umane a livello locale, dell’assenza di trasparenza e di un alto livello di corruzione. Al fine di rispettare gli impegni presi in campagna elettorale di dare nuovo impulso alla crescita economica e sociale del territorio, ovviando allo spreco di risorse legato ai problemi sopra menzionati, l’attuale Presidente si è recato già numerose volte in visita a Papua, ciononostante la regione si dimostra un territorio ancora privo di stabilità la cui la popolazione vive in povertà e non ha accesso a servizi basilari quali sanità e istruzione pubbliche. Il Governo Jokowi ha dimostrato in ogni caso una forte volontà di migliorare le condizioni di vita della provincia e di dare ascolto ai cittadini papuani, come dimostra la sua decisione del giugno 2015 di concedere l’amnistia a cinque prigionieri politici facenti parte del Movimento Papua Libera (OPM).

Politica estera

Priorità di politica estera
Dopo il protagonismo di  Soekarno quale uno dei principali leader dei paesi non allineati a partire dalla Conferenza di Bandung del 1955, il regime di Suharto ha mantenuto un profilo più pragmatico e filo-occidentale. L’Indonesia democratica è oggi una potenza regionale, come testimoniato dal dinamismo in politica estera di questi ultimi tempi, soprattutto nei consessi multilaterali quali ONU, G20, APEC, EAS. L’Indonesia è poi di fatto il paese guida nell’ambito dell’ASEAN.

L’Indonesia ha dimostrato di voler “giocare su più tavoli” senza esplicitamente privilegiare alleanze o intese particolari, al fine di riaffermare il suo ruolo di potenza regionale e far pesare i vantaggi che la sua dimensione territoriale e la sua collocazione geostrategica rivestono per le grandi potenze nell’area del Pacifico.

L’Indonesia cerca inoltre di porsi come attore globale su tematiche di rilievo come la lotta al terrorismo, il cambiamento climatico (a Bali è stata ospitata nel dicembre 2007 la XIII Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) ed il dialogo interreligioso.

Principali Paesi interlocutori

Giappone
Frequenti sono stati gli scambi di visite ad alto livello tra Giappone ed Indonesia: tutti Presidenti indonesiani si sono recati in visita in Giappone, e numerose sono state le visite dei Capi di Governo giapponesi in Indonesia (l’ex Primo Ministro Koizumi ha visitato l’Indonesia quattro volte, mentre l’ex Primo Ministro Shinzo Abe si e’ recato in visita nel Paese nel 2007).  Intensi sono, altresi’, i rapporti tra Jakarta e Tokyo all’interno dell’Asean, di cui il Giappone e’ tra principali “dialogue partners”, segnatamente all’interno dell’esercizio Asean+3, insieme a Cina e Corea del Sud.

Nel 2007, durante la visita dell’ex Primo Ministro Shinzo Abe, e’ stato firmato l’Accordo economico bilaterale (EPA) – i cui negoziati erano iniziati nel 2005 – destinato a favorire un sensibile incremento della cooperazione in campo economico-commerciale. L’EPA mira infatti ad aumentare gli investimenti giapponesi nell’Arcipelago indonesiano, grazie alla semplificazione delle procedure amministrative e prevede la riduzione dei dazi doganali sulle importazioni giapponesi. Secondo i dati 2011 dell’istituto di statistica indonesiano, il Giappone si situa al secondo posto nella classifica dei paesi fornitori ed in quella dei Paesi acquirenti, con un interscambio pari a circa 37 miliardi di dollari.

Cina
Le vicende legate al tentato colpo di stato del 1965 da parte del partito Comunista Indonesiano (PKI) ed alla successiva presa del potere dell’ex Presidente Suharto – che decreto’ da subito, il 1967, l’interruzione delle relazioni diplomatiche con la Cina, con l’accusa di sostegno ai golpisti – hanno creato un lungo iatus nel rapporto bilaterale, che si e’ interrotto solo con il riavvio delle relazioni diplomatiche nel 1990. La normalizzazione delle relazioni con Pechino non ha, tuttavia, sanato completamente la ferita, che si nutre di un diffuso sentimento anti-cinese nella popolazione, che talvolta, come durante gli anni della caduta di Suharto, sfocia in efferati atti di violenza nei confronti della comunita’ cinese. L’ipersensibilita’ del mondo politico e della societa’ alla “minaccia cinese” ha, finora, frenato l’avanzata di Pechino nel Paese, rispetto ad altri membri dell’Asean, nonostante la ricchezza mineraria dell’Indonesia sia oggetto delle attenzioni delle grandi imprese cinesi. Tuttavia, la politica indonesiana, seppure con grande cautela, guarda sempre piu’ alla Cina come un partner economico e politico nella regione, nonche’ una fonte cruciale  di investimenti esteri, soprattutto nel settore delle infrastrutture. In tale contesto, l’Indonesia cerca progressivamente di “aseanizzare” la Cina, offrendole le opportunita’ del mercato integrato, e imbrigliandone, con un sempre piu’ approfondito dialogo politico tra Pechino e l’Asean, le eventuali mire espansionistiche nella regione.  Sotto il profilo economico, l’entrata in vigore il 1 gennaio 2010 del Free Trade Agreement tra Asean e Cina ha offerto una piattaforma utile per potenziare le relazioni commerciali con la Cina, piattaforma di cui, tuttavia, ha finora saputo fare buon uso soprattutto il potente vicino, cio che ha suscitato le proteste di alcuni settori poduttivi indonesiani, che hanno evocato l’intervento del Governo a protezione delle industrie locali dalla concorrenza cinese. D’altra parte, i numeri della recente visita in Cina del Presidente della Repubblica Yudhoyono (sono stati firmati contratti per 17 miliardi di dollari) e i dati del’interscambio nel 2011 (la Cina risulta essere il primo Paese acquirente e fornitore dell’Indonesia, con un interscambio pari a circa 47 miliardi di dollari) testimoniano di un percorso di crescita del rapporto bilaterale che sempre meno dovrebbe essere frenato dalla tradizionale – e un po’ folclorica - sfiducia nutrita dagli indonesiani verso la Cina e la sua popolazione.  

Australia
I rapporti tra Australia e Indonesia sono guidati dalla “necessita’ geopolitica” di collaborare, di impostare le relazioni sulla base di un “buon vicinato” tra due potenze regionali profondamente diverse, ma, tuttavia, accomunate dalla comune appartenenza alla famiglia delle democrazie. Intenso il rapporto di collaborazione in materia di anti-terrorismo (l’Australia e’ stato il paese piu’ colpito, nel numero delle vittime, negli attentati di Bali del 2002 e 2005, ed e’ stato oggetto di un attentato esplosivo contro la propria sede diplomatica a Jakarta, che costo’ la vita ad un funzionario australiano), area in cui Canberra  ha fornito ingenti aiuti, soprattutto nel “capacity building” delle competenti Autorita’ indonesiane. Sono gli australiani dietro al progetto del JCLEC (Jakarta Center for Law Enforcement Cooperation), un centro di eccellenza per la formazione di personale militare e di polizia nell’azione di contrasto al terrorismo ed alla criminalita’ transnazionale (con il JCLEC la Delegazione UE ha avviato un programma di collaborazione nel training di personale impegnato nella lotta al terrorismo, con particolare attenzione ai temi della deradicalizzazione e del rispetto dei diritti umani).

A riconoscimento e conferma del successo della sinergia tra Jakarta e Canberra in material di anti-terrorismo, i due Paesi sono co-chair del gruppo di lavoro sul sud-est asiatico del GCTF (Global Counterrorism Forum), riunitosi per la prima volta all’interno delle strutture del JCLEC il 6-7 marzo di quest’anno.

L’ampiezza dell’agenda di cooperazione tra i due Paesi non ha spento, tuttavia, una certa sfiducia reciproca, soprattutto negli indirizzi tattici e negli obiettivi strategici dei due Paesi nella rehione Asia Pacifico. In tal senso rilevano i commenti critici espressi dal Ministro degli Esteri indonesiano Natalegawa per la decisione australiana, alla vigilia del vertice Asean/EAS di Bali del 17-19 novembre 2012, di autorizzare un distaccamento di marines statunitensi nella base militare di Darwin, un’iniziativa interpretata da Jakarta come manovra di “containment” sulla Cina, con il rischio di reazioni da parte di Pechino, e di efftti negativi sulla stabilita’ della regione, valore prim della politica estera indonesiana. 

Stati Uniti
Gli Stati Uniti, alleato principale dell’Indonesia in tutti gli anni del regime del Generale Suharto (tranne nell’ultima fase - prima della sua uscita di scena), restano il partner politico piu’ importante per Jakarta. Superato il “trauma” dell’embargo militare decretato da Washington all’indomani dei drammatici eventi che aveano accompagnato il processo di indipendenza di Timor Leste e revocato nel 2005, e rilanciato con forza il rapporto bilaterale a seguito dell’elezione negli Stati Uniti di un Presidente, Obama, che aveva vissuto negli anni della seconda infanzia a Jakarta, i rapporti tra Stati Uniti ed Indonesia restano ottimi, rafforzati dalla prossimita’ culturale agli Stati Uniti dell’attuale Presidente Yudhoyono, un ex generale formatosi nelle accademie militari statunitensi. L’Indonesia rappresenta, per gli Stati Uniti, un fronte cruciale nella lotta al terrorismo di matrice islamica nell’area del Asia sud-orientale, e la collaborazione tra Autorita’ di sicurezza dei due Paesi e’ particolarmente intensa. 

Tuttavia, l’Indonesia guarda non senza qualche apprensione al riposizionamento degli Stati Uniti nella regione dell’Asia Pacifico, e nella asserita volontà di Washington di dare priorità alla sua proiezione nell’area rispetto ad altri quadranti geopolitici. Se da una parte l’Indonesia apprezza il contributo alla sicurezza dato dalla presenza statunitense nell’area, dall’altro paventa il rischio che una rafforzata proiezione di Washington, a fonte di una crescente assertivita’ di Pechino nella regione (Mar Cinese Meridionale), possa mutare drasticamente gli equilibri, anche all’interno dell’Asean, spingendo i Paesi membri a schierarsi, minando in questo modo la struttura e lo spirito dell’Associazione.

Sul piano commerciale, gli Stati Uniti risultano essere il terzo Paese acquirente ed il terzo fornitore dell’Indonesia, con un interscambio pari a circa 36 miliardi di dollari.

Medio Oriente
L’Indonesia e’ legata da un rapporto profondo con l’area medioorientale, che affonda le sue radici nel sostegno che i Paesi arabi fornirono alla causa dell’indipendenza dell’Indonesia (Egitto e Siria furono i primi a riconoscere il Governo dell’Indonesia indipendente) e nella leadership che l’Indonesia assunse del Movimento dei Non Allineati, in particolare durante la Presidenza di Sukarno.

L’Indonesia inoltre ospita una nutrita comunita’ di origine araba – in gran parte yemenita -  parte integrante del tessuto politico (sono presenti in parlamento), economico e sociale (finanziano attivita’ religiose e scuole coraniche, alcune considerate vicine a movimenti radicali).

Le questioni mediorientali assumono, quindi, per l’Indonesia un rilievo significativo nella definizione delle linee di politica estera del Paese, le quali, a loro, volta devono misurarsi con un spiccata sensibilita’ delle forze politiche e della societa’ civile sui temi d’area, sui quali, pertanto, l’Indonesia decide e si muove solo dopo un faticoso processo di “consensus building”.

D’altra parte, l’Indonesia ritiene di poter offrire alle giovani democrazie arabe un “blueprint” di successo nella transizione da un regime autoritario ad istituzioni democratiche, in forza di un’esperienza, quella della “Reformasi”, in cui il Paese e’ riuscito ad aprirsi a dinamiche democratiche e di partecipazione, non senza difficolta’, ma riuscendo a mantere l’unita’ del Paese e la convivenza delle sue molteplici anime religiose, etniche e sociali. Da qui l’avvio di iniziative di dialogo con le dirigenze delle nuove democrazie arabe - in particolare Egitto e Tunisia – articolate attraverso seminari e fori di discussione su opportunita’ e rischi della transizione democratica.

Organizzazioni Internazionali

L’Indonesia partecipa al G-20, ricoprendo un ruolo importante tra i Paesi emergenti e la sua presidenza ASEAN (di cui ospita il Segreteriato) durante il 2011 è stata ampiamente apprezzata per i risultati politici raggiunti (ruolo guida nel processo di risoluzione delle dispute territoriali riguardanti il Mar Cinese meridionale, e i progressi del Myanmar verso la democrazia).

Nell’ambito del WTO, l’Indonesia è membro dal 1995, presiede il Gruppo dei 33 Paesi in via di sviluppo (G-33) - che vuole mantenere adeguate tariffe all’importazione nel settore agricolo e meccanismi di salvaguardia per le produzioni di materie prime sensibili - ma sostanzialmente ha un atteggiamento di cauta apertura. Più in generake, l’Indonesia sembra non adottare misure di stampo protezionistico se non in caso di crisi internazionali (crisi finanziaria del 1997-98). Le turbolenze del 2011 hanno accentuato un atteggiamento di tutela delle produzioni nazionali, attraverso alcune barriere non tariffarie (beni agroalimentari) e regolamentazioni tecnico-sanitarie.  Nondimeno sotto il profilo del livello medio delle tariffe all’importazione, il Paese ha fatto registrare un trend in diminuzione dal 1998: la media delle tariffe all’importazione è scesa dal 9,24% nel 1998 al 7,49% nel 2010.

Con l’Unione Europea l’Indonesia ha finalizzato il rapporto del cd. Vision Group, una serie di raccomandazioni che dovrebbero portare all’apertura di un negoziato per un Comprehensive Economic Partnership Agreement, un accordo che andrebbe al di la’ del libero scambio, con focus sul miglioramento dell’accesso al mercato e degli investimenti, sul capacity building e sull’eliminazione del  95% delle barriere tariffarie sui beni. Le prossime elezioni presidenziali del 2014 potrebbero rallentare il processo.

Per l'Indonesia, le aspirazioni consistono nel rendere l'architettura di Bretton Woods più rappresentativa ed efficace nelle sue istituzioni finanziarie chiave (FMI, Banca Mondiale), inserire il cambiamento climatico in agenda e allargare i temi analizzati, includendo sicurezza alimentare ed energetica e efficacia dell’aiuto allo sviluppo.

Per quanto riguarda la tutela della proprietà intellettuale, sul piano normativo, si sono registrati progressi che contribuiscono al graduale, seppur lento  allineamento del Paese agli standard del World International Property Organization. In Indonesia tuttavia vige la regola della necessaria registrazione in Indonesia di marchi esteri o internazionali.

In rispetto della Paris Declaration on Aid Effectivness (2005) e dell’Accra Agenda for Action (2008), l’Indonesia ha istituito un Segretariato per gestire il processo di dialogo tra il Governo e i Donatori per un'efficacia degli aiuti per lo sviluppo (A4DES). Il Segretariato e’ in seno al Consiglio Nazionale per la Pianificazione dello Sviluppo, BAPPENAS.

Non esistono dati ufficiali pubblicati dal BAPPENAS sul totale complessivo dell’aiuto interno allo sviluppo, mentre l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo da Paesi terzi e organizzazioni internazionali (Official Development Assistance-ODA) pesa sul PIL indonesiano per l’1,1% nel 2010 (fonte database OCSE). I principali Paesi donatori sono tradizionalmente il Giappone e l’Australia.

 

Rapporti con l'Unione Europea
L’UE è uno dei primi mercati di esportazione indonesiani e si contano in Indonesia circa 700 aziende europee. Gli investimenti diretti esteri da parte dell’UE in Indonesia sono stati pari nel 2011 a 2,16 miliardi di dollari, circa l’11% dei IDE totali, con un tasso di crescita rispetto al 1990 del +24,7%.

Nel 2009 è stato firmato l’accordo quadro di partenariato e cooperazione (Partnership and Cooperation Agreement, PCA), il primo siglato con un Paese dell’ASEAN. Il PCA prevede quattro aeree di cooperazione di comune interesse, definite come prioritarie: commercio ed investimenti; ambiente e cambiamento climatico; educazione; diritti umani e democrazia. L'Accordo prevede altresì la creazione di un fondo denominato “EU Economic Cooperation Facility” allo scopo di facilitare le relazioni commerciali e di ridurre le numerose misure protezionistiche indonesiane (barriere non tariffarie) che penalizzano le esportazioni dei Paesi UE, tra cui anche l'Italia.

Con l’Unione Europea l’Indonesia ha inoltre finalizzato il 15 giugno 2011 il rapporto del “Vision Group” (gruppo nato nel 2010 su iniziativa del Presidente indonesiano Yudhoyono e del Presidente della Commisione Europea Barroso), una serie di raccomandazioni che dovrebbero portare all’apertura di un negoziato, probabilmente entro fine 2012, per addivenire a un “Comprehensive Economic Partnership Agreement” (CEPA), accordo che andrebbe al di là del libero scambio, con focus sul miglioramento dell’accesso al mercato e degli investimenti, sul capacity building e sull’eliminazione del 95% delle barriere tariffarie sui beni. Punto di partenza di questo esercizio congiunto è stata la constatazione che lo status quo dei rapporti commerciali ed economici fra UE e Indonesia è tuttora insoddisfacente.  Le prossime elezioni presidenziali del 2014 potrebbero rallentarne tuttavia il processo.

 

Rapporti bilaterali

Rapporti politici
Le relazioni politiche bilaterali non presentano aspetti problematici, anche se da parte italiana sono trascorsi 15 anni tra la visita di governo a livello ministeriale del 1997, con l’allora Presidente del Consiglio Prodi, e l'attesa visita del Ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant'Agata avvenuta nell'aprile del 2012. Nel XXI secolo ci sono state, inoltre, le visite del Sottosegretario agli Esteri, On. Boniver, nel 2005 e del Sottosegretario alla Difesa, On. Forcieri, nel 2008.

L’interesse crescente della Comunità internazionale per la stabilità nell’area del Sud-est asiatico ha determinato un’attenzione sempre maggiore, anche da parte italiana, verso l’Indonesia, partner di importanza fondamentale nella lotta al terrorismo e nella promozione del dialogo interreligioso. La serietà con cui il Governo indonesiano ha risposto alla sfida terroristica di Bali è la migliore garanzia per l’eventuale avvio di ulteriori forme di collaborazione italo-indonesiana in tema di “sicurezza allargata”. Da notare che l’Indonesia ha appoggiato la candidatura di Milano ad ospitare l’Expo 2015.

Il 4 marzo 2009 ha avuto luogo la Conferenza “Unità nella Diversità. Il modello indonesiano per una società del convivere”, presso la Sala Conferenze Internazionali del Ministero degli Esteri, a cui hanno partecipato i due Ministri degli Affari Esteri.

L’incontro del 4 marzo fra il Ministro Frattini ed il Ministro Wirajuda ha segnato la ripresa del dialogo bilaterale con l’Indonesia. Al crescente profilo internazionale assunto da Jakarta non è corrisposto infatti in questi ultimi anni da parte nostra un adeguato livello di attenzione e di contatti. Tale colloquio ha voluto essere utile al fine di riprendere il dialogo con un Paese emergente, importante attore globale e regionale, economia emergente del G20, modello di transizione democratica ed economico-sociale ed autorevole voce del mondo islamico moderato. A testimonianza dell’interesse italiano a riavviare un dialogo politico di alto livello vi è stata la firma, nel corso dell’incontro fra i due Ministri degli Esteri, di un Memorandum di Intesa di cooperazione politica istituzionalizza ed innalza qualitativamente il livello del dialogo italo-indonesiano.

L’Indonesia è inoltre un partner di estrema rilevanza anche sotto il profilo della lotta al terrorismo, ambito nel quale abbiamo avviato proficue forme di collaborazione tra le nostre forze di polizia e il centro multilaterale per l’antiterrorismo di Semarang, invitando i funzionari a seguire corsi di formazione in Italia. 


16